Ucraina “La libertà in palio”

Ucraina “La libertà in palio”

Una figlia, una donna dell’est. Il volto fatto di lacrime e polvere: ombre scure opprimono i tratti umani. C’è la guerra, peste di dignità umana; c’è la guerra è non riesce a respirare. Modesti funerali e pochi attimi per compiangere: la guerra si è presa anche il tempo per il dolore. Nere particelle, lampi, calore, non quello di un nido, ma quello gelato del ghiaccio di un febbraio che sembra non finire; il mondo è sfasato non c’è voce non c’è famiglia non c’è casa non c’è lavoro non c’è attenzione non c’è arte non c’è senso.

Non c’è l’idillio.

E non c’è nemmeno fede. Perché le due cose sono antitetiche.

La signora accende un cero, davanti a lei poche persone. Guarda la cupola ortodossa, la faccia di Cristo illuminata dal sole. Dentro la chiesa è buio: in guerra non c’è elettricità. Ricorda quel  libro che citava la parola di Dio.

Gli ultimi saranno primi.

Ma quando? Anche questa chiesa sembra un campo da gioco, in cui anche Dio diventa un jolly.

La signora non respira, ma deve dire qualcosa. Suo padre è morto. Anzi, suo padre l’hanno ucciso.

Io non mi sento l’idillio di mio padre

Ma non è triste 

È solo ingiusto 

Essersi spesi così tanto

Per qualcosa che ha fatto di tutto

Affinché non ci credessimo più

E così non ci abbiamo creduto

Ma abbiamo continuato, e questo è stato il peccato.

Il peccato per noi.

La morte non è sempre triste

È triste quando ci lascia in bocca

Il sapore di un mondo più cattivo 

In cui ci riesce più difficile vivere.

Gli epitaffi danno un senso alla scomparsa di qualcuno 

Perché fanno in modo che quella morte possa essere utile alla vita.

Ed è tutto in funzione della vita 

Ma lo è solo nel momento della morte.

Durante la vita non c’è attenzione, cura della vita, non c’è rispetto.

Ed è così che anche la morte non deve più significare nulla, così come la vita.

Poiché non ci insegna più nulla, non recita sermoni, non incoraggi più chi rimane sulla terra.

Questa decadenza dell’oratoria funebre che mi impedisce di celebrare in maniera degna questo giorno, è sintomo di una peste della vita. 

Sintomo di una mancata carezza, che io a mia volta non so e non voglio dare a voi oggi. 

Finita la funzione, tutti escono più interdetti di prima.

La guerra continua, sotto un cielo sempre uguale, fatto di impermanenza. La signora profetizza una peste della parola, già in atto. Eppure ai grandi capi basta dire sì o no. Ma quelle non sono parole, quello è comunicare. Comunicare riguarda gli insetti, mentre è l’espressione che ci riguarda.  

La primavera, intanto, tarda ad arrivare.

 

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